martedì 14 giugno 2022

GRUPPO 7


 

Le dipendenze


 

 

Adolescenza: com’è essere adolescenti oggi


Se dovessimo dare forma al concetto di adolescenza attraverso un’immagine, cosa ci passerebbe per la testa?

Probabilmente vedremmo scorrere volti di giovanissimi dagli sguardi imbronciati, arrabbiati, cupi.

Li immagineremmo con un cellulare in mano, con strane capigliature, unghie dipinte di smalto, qualcuno con la sigaretta fra le dita, rinchiusi nella propria cameretta o in giro per le strade a far baldoria.

Ebbene sì, l’idea comune di adolescenza è spesso stereotipata, rappresentata ancora oggi dalla frase, che ci ricordavano le nostre nonne tanti anni fa, ovvero “gli adolescenti non sono né carne né pesce”.

Cosa c’è ancora di vero in questa frase? Gli adolescenti di oggi sono diversi da quelli di una volta? Cosa è cambiato?

Come dobbiamo porci nei confronti dei nostri figli adolescenti affinché possa rimanere aperto uno spiraglio di dialogo e confronto finalizzato al supporto della loro crescita?

Queste (e tante, tante, tante altre!) sono le richieste più ricorrenti dei genitori in consulenza pedagogica, notevolmente aumentate a seguito dell’Emergenza Covid, che arrivano stremati da una quotidianità caratterizzata da liti furibonde per motivi banali, da silenzi murati, da evidenti sintomi di ansia non palesati a parole.

L’intenzione di questo articolo è proprio quella di rispondere nella modalità più chiara e fruibile alle domande sollevate sul tema degli adolescenti.

1. Chi sono gli adolescenti e come cambiano?
Cerchiamo, innanzitutto, di chiarire il concetto base: a chi ci riferiamo con il termine “adolescenti”?

Nello specifico è possibile da subito effettuare una piccola distinzione tra sottocategorie, ovvero:

i ragazzi nella fascia d’età 11-14 anni, che vengono definiti pre-adolescenti (è l’età che solitamente coincide con le scuole medie);
i ragazzi nella fascia d’età 15-18 anni, individuati come adolescenti (coincide con le scuole superiori).
Avendo ora più chiara la fase esistenziale a cui ci stiamo riferendo, passiamo ad analizzare gli aspetti caratteristici dell’adolescenza, ovvero quei cambiamenti psicologici e fisiologici che caratterizzano l’età di passaggio dalla fanciullezza all’età adulta. 

Cambiamenti tipici durante l’adolescenza
Cambiamenti fisiologici: il periodo della maturazione sessuale (pubertà) e l’adolescenza sono caratterizzate da trasformazioni fisiche, neurormonali e psichiche attraverso le quali il corpo di un bambino diviene un corpo adulto capace di riprodursi. Durante questa fase inizia l’attività delle ghiandole sessuali. Durante la pubertà, invece, si sviluppano altre differenze, che includono, per le ragazze, inizio del ciclo mestruale, crescita di peli ascellari e peli pubici e per i ragazzi modificazione della voce (diventa più profonda), crescita dei peli pubici e del viso, erezioni.

La velocità di questi cambiamenti in alcuni adolescenti può causare apprensione per la trasformazione che subisce il loro aspetto.

Non sapendo che questo processo varia in base a caratteristiche individuali (ad esempio, il genere) e a fattori esterni (alimentazione), possono sentirsi preoccupati, soprattutto se tali mutamenti avvengono prima o dopo rispetto ai loro coetanei.

Nell’adolescenza, accanto ai radicali cambiamenti fisici, si accentua anche la capacità d’introspezione: il confronto con i compagni della stessa età si fa più intenso e ognuno tende a paragonarsi con un modello fisico ritenuto ideale.

Molti adolescenti si sentono infelici per il loro aspetto esteriore, tendono a non accettarsi, seppure senza motivo, e ritengono di non essere graditi neanche agli altri.


2. Adolescenza: i “compiti” durante la crescita
Poste queste basilari premesse, passiamo ora ad evidenziare quali sono i compiti che un adolescente dei nostri tempi si trova, inconsciamente, a svolgere per sopravvivere a questa faticosa fase di crescita.

IDENTITÀ: l’adolescente attraversa una vera e propria crisi di identità, si accorge che il proprio corpo sta cambiando, che vorrebbe avere maggiore autonomia (nelle scelte, nella selezione dei coetanei da frequentare, nella gestione della propria persona), che nella relazione familiare si sente “stretto”, quindi si ribella a tutte quelle modalità comunicative e comportamentali che lo caratterizzavano qualche tempo prima. 

ALLONTANAMENTO FISICO E AFFETTIVO: gli adolescenti sfuggono agli abbracci di mamma e papà, evitano i loro baci e le loro effusioni in pubblico, raccontano di meno a casa e di più agli amici, rifiutano le figure adulte di riferimento in qualsiasi contesto (scolastico, sportivo). Ai genitori sembrerà di non riconoscere più il proprio figlio o la propria figlia e inizieranno ad echeggiare frasi del tipo “Questa casa non è un albergo!”, “Più rispetto!”, “Non puoi farti vedere solo a pranzo e a cena e poi rinchiuderti nella tua stanza!”, “Sei gentile con me solo quando vuoi dei soldi o hai bisogno di qualcosa!”. 

SPERIMENTAZIONE: quando nostro figlio esce dal parrucchiere con un nuovo e strambo colore di capelli, quando sostiene con forza la necessità di farsi bucare con un piercing o dipingersi con un tatuaggio, quando trovate pacchetti di sigarette nascosti negli zaini o nelle tasche delle giacche (con le classiche scuse “le sto tenendo per un amico”), quando vostra figlia vi confida che vorrebbe un seno più prosperoso, o la ricostruzione in gel delle unghie o ancora le extension a ciglia e capelli, non crollate in una crisi di nervi, ma fermatevi a riflettere e ricordate che i vostri adolescenti stanno sperimentando cosa piace e cosa non piace loro. Siete messi a dura prova, vero?

3. I bisogni in adolescenza
Alla luce di queste fatiche, quali sono i reali bisogni degli adolescenti, spesso inconsci e taciuti o inadeguatamente manifestati?

Quando mi confronto con i genitori in merito a questo argomento, premetto sempre che il bisogno ha una prerogativa: se è soddisfatto, conduce ad un reale cambiamento nei rapporti interpersonali, nel lavoro e nei rapporti sociali in genere.

Se non viene soddisfatto, il soggetto rischia di non maturare o di sviluppare una qualsiasi manifestazione di disagio psicologico.

Realizzata questa presa di coscienza, ecco ciò che gli adolescenti hanno la necessità di soddisfare:

appartenenza al gruppo e di interazione con i pari: sono bisogni fondamentali per aiutare l’adolescente a sviluppare la propria identità, sia dal punto di vista psicologico che sociale. Sviluppando un legame di appartenenza il ragazzo si sente più sicuro di sé, si sente accettato e considerato dai compagni (e non solo dai propri genitori) ed interagisce con la tendenza ad aggregarsi ai propri simili.

il bisogno di comunicare e di essere ascoltati: è un bisogno, spesso trascurato, ma comune a tutti gli esseri umani (e mi piace ricordarlo attraverso una citazione di J.Donne, “Nessun uomo è un’isola”) e negli adolescenti ha la prerogativa di non poter essere soddisfatto da una semplice conversazione, bensì da un rapporto significativo in cui il soggetto mette in comune con un’altra persona qualcosa di importante di sé e del proprio mondo interiore. E’ fondamentale che i giovani siano aiutati a soddisfare questi bisogni, dal momento che in famiglia la comunicazione, a volte, è carente nella frequenza e nella qualità.
   
di non essere considerati bambini: spesso i genitori faticano ad accettare o a realizzare che il loro piccolo sta crescendo e, anche se non è ancora in grado di dimostrare sufficiente autonomia o maturità, nelle azioni e nei ragionamenti, è fondamentale che gli adolescenti si sentano trattati dai genitori all’interno di una relazione simmetrica, che venga data loro l’opportunità di esprimere la propria opinione, anche se diversa da quella di mamma e papà  e soprattutto che vengano coinvolti, manifestando empatia, fiducia e ascolto, nelle decisioni e nel problem solving quotidiano.

4. Conclusioni
Anche se apparirà come un luogo comune, ribadisco il fondamento del pensiero dei nonni di un tempo, per cui “fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo”.

Come sono cambiati gli adolescenti di un tempo, così sono cambiati anche i genitori: il ruolo si è ammorbidito, assumendo forme in continua evoluzione.

È fondamentale, e lo ricordo ad ogni occasione, che il genitore sia in grado di manifestare la propria umanità.

In che senso? Attraverso le emozioni: i genitori commettono degli errori, chiedono scusa, a volte piangono, possono essere stanchi o tristi o preoccupati.

Condividere i propri stati d’animo con i figli aiuterà le mamme ed i papà ad evitare quella sorta di ansia da prestazione e quel senso di protezione, nei confronti dei loro “piccoli”, da tutto ciò che nella vita quotidiana può apparire difficile e problematico.

Piuttosto che fuggire dai problemi, sarà più utile sostenere i propri figli adolescenti fornendo loro le strategie per affrontarli. Così capiranno se da grandi diventeranno carne o pesce. 


Dott.ssa Samantha Dionisio, pedagogista

lunedì 13 giugno 2022

La Didattica a Distanza - Teresa Mannino


 

Interventi psico-educativi e didattici: Il caso di Daniel


IL CASO DI DANIEL

Durante lo svolgimento di un lavoro individualizzato di matematica Daniel

non sta seduto composto e si dondola sulla sedia. Un compagno lo prende in

giro per il richiamo ricevuto dal docente. Daniel si alza dal suo posto, va verso

il banco del compagno e rovescia a terra tutto il materiale di quest’ultimo.


1. Individuare i comportamenti problematici:

Nella situazione sopra descritta è possibile riscontrare: difficoltà di controllo e

di gestione delle proprie emozioni, incapacità di conformare il proprio

comportamento alle richieste dell’ambiente, il bisogno impellente di

soddisfazione delle proprie necessità con pretesa di priorità su tutto e su tutti. Si

evidenziano, inoltre, l’incapacità di tollerare e gestire le frustrazioni, reazioni di

aggressività, rabbia e oppositività. Va sottolineato che, nello specifico, l’evento

descritto è verosimilmente caratterizzato dalla reattività alla provocazione. Si

può presumere che il dondolio possa rappresentare la manifestazione di

problematiche relative al piano della concentrazione e dell’attenzione, una

stereotipia comportamentale, compresa una possibile difficoltà nella

comprensione e nell’esecuzione del compito individualizzato di matematica.


2. Quali considerazioni si possono trarre dalla storia di Daniel?

Dai dati forniti dagli eventi così come descritti è possibile evincere che il

comportamento disturbante, probabilmente, ha avuto inizio dal momento in cui

l’insegnante ha sottolineato il dondolio dello studente con il rimprovero. Il

gruppo ritiene che redarguire uno studente con un disturbo del comportamento,

e con possibile comorbidità con un disturbo dello spettro autistico, dato il

dondolamento, non sia prettamente corretto. Se in effetti tale comportamento

iniziale, facesse parte di un sistema di stereotipie, è chiaro che non vi sarebbe

intenzionalità e neanche consapevolezza. Forse il docente che ha scelto di

riprendere tale comportamento ha provato ad utilizzare la strategia denominata

“effetto onda” che evidentemente non ha sortito gli effetti desiderati. L’effetto

onda infatti avrebbe come scopo quello di mandare un messaggio efficace ed

energico alla classe e all’alunno stesso, tramite il rimprovero, al fine di

estinguere il comportamento disadattivo.

Secondo aspetto da sottolineare è che la derisione da parte del compagno di

classe, lascia emergere un’intolleranza e probabilmente un’assenza di

informazione in merito ad atteggiamenti stereotipati che soggetti con questo tipo

di disabilità spesso mettono in atto.

Pertanto si renderebbe necessario un intervento su più fronti, oltre agli aspetti e

alle strategie utili da applicare con Daniel, diviene importante preparare attività

ed interventi diretti all’intero gruppo classe, al fine di migliorare l’inclusione,

partendo ad esempio dagli aspetti puramente informativi. Secondariamente, non

sarebbe da escludere, anche un intervento dedicato al collega che ha

rimproverato Daniel, nel tentativo di migliorare l’aspetto di relazione con

l’alunno attraverso strategie di rinforzo positivo al posto di interventi punitivi.

 

3. Come conviene muoversi di fronte ai comportamenti

inadeguati descritti? ( descrivete cosa fareste se vi trovaste

in tale situazione come docente)

Il comportamento disturbante e non adattivo rispetto a quanto richiesto

dall’ambiente, richiede degli interventi educativi. E’ necessario favorire un buon

clima di classe, imparando a riconoscere situazioni che generano rabbia e

mettendo in atto strategie per superare i momenti di crisi. Evitare di assumere un

atteggiamento critico e poco incline alla comprensione dei bisogni dell’alunno e

riuscire ad anticipare l’emergere di condizioni stressanti, focalizzandosi

sull’osservazione diretta del comportamento e identificando eventuali alterazioni

che possono innescare un comportamento disadattivo. Tuttavia l’aspetto

teorico-metodologico si scontra frequentemente con l’urgenza di dover agire

immediatamente rispetto ad un comportamento problema che l’insegnante si

ritrova ad affrontare all’interno della classe in un dato momento. In presenza di

una variazione nel comportamento dell’alunno riteniamo opportuno intervenire

in maniera diretta al fine di spostare l’attenzione su un altro stimolo non

ansiogeno in modo da non attivare un escalation comportamentale aggressiva e

violenta. L’introduzione di nuove modalità comportamentali funzionali,

desensibilizza gradualmente i comportamenti problematici.Utile risulta

affrontare la tematica in maniera preventiva, sensibilizzando la classe alle

diversità e al riconoscimento dei bisogni dell’altro, accettandoli.

Per canalizzare la rabbia, può risultare producente rivolgere richieste che

fungono da diversivo, ossia assegnare qualche piccolo incarico all’alunno prima

che questi esploda in comportamenti fortemente disturbanti. Si tratta di

rivolgersi all’alunno con frasi quali “Daniel mi aiuteresti a distribuire i compiti

in classe ai tuoi compagni?”. Si da in questo modo a Daniel la possibilità di

sperimentare un ruolo attivo e diverso da quello vissuto precedentemente in una

situazione emotivamente stressogena, restituendo anche alla classe un’immagine

di Daniel diversa dalle prospettive pregiudizievoli che comunemente sono

presenti all’interno del gruppo classe.

Piuttosto che cadere nella trappola di una lotta di potere con l’alunno,

rimproverandolo in modo diretto, è meglio ricorrere a un messaggio empatico

con una frase del tipo: “Vedo che adesso sei molto infastidito, ne riparleremo in

un altro momento”. Con una frase di questo tipo si evita di surriscaldare il

clima. Una volta che la tensione emotiva si è abbassata creare con il gruppo

classe un momento di confronto, approfondendo ciò che è avvenuto all’interno

della classe, conoscendo emozioni e motivazioni al fine di stimolare una

maggiore consapevolezza nell’alunno e nei compagni. 

Infine, non meno importante sarebbe ricordare a tutto il gruppo classe le regole

comportamentali da seguire e nel caso in cui Daniel stenti ad assumere una

prospettiva diversa dalla propria, attuare un intervento di contenimento emotivo

che gli permetta di sperimentare la presenza di un limite nella relazione con

l’altro e di provare ad assumere un comportamento diverso da quello usuale.

Analisi funzionale del comportamento


ANALISI FUNZIONALE DEL COMPORTAMENTO

A (Antecedente)

B (Comportamento)

C (Conseguenza)

Il professore durante la lezione fa una domanda

Luigi alza la mano

Il professore lo ignora e dà la parola a Luisa

Il professore lo ignora

Luigi sbatte i libri a terra

Il professore si infervora e lo manda dal preside

Definite nella prima fase di analisi:

• Definizione dei comportamenti problematici: non si evince in questa prima analisi alcun comportamento problematico da parte di Luigi. Piuttosto si rileva un comportamento inadeguato da parte del professore (sulla cui intenzionalità benevola o malevola, nulla sappiamo) che ignorando l’alunno andrà poi a creare un antecedente nella seconda fase.

• Definizione del comportamento positivo alternativo (obiettivo educativo): Rinforzare il comportamento adeguato di Luigi (alzare la mano per prendere la parola) in modo che lo ripeta in futuro.

• Metodologia di intervento:

- Organizzazione degli spazi

- Rinforzo positivo

• Procedura di correzione del problema:

Supponendo la buonafede del professore, il fatto che lo abbia ignorato può essere dovuto ad una mera distrazione o alla strutturazione inadeguata dell’ambiente classe. Pertanto occorre migliorare l’organizzazione degli spazi: la struttura della classe dovrebbe consentire al docente di guardare ogni alunno, ad esempio ponendo i banchi in modo circolare. In tal modo si riduce la probabilità che l’insegnante non noti che qualcuno ha alzato la mano.

Ci si dovrebbe avvicinare al ragazzo dicendo: “Bravo Luigi! Hai fatto bene ad alzare la mano e ad aspettare il tuo turno. Mi dispiace di non averti visto e di aver dato prima la parola alla tua compagna. Ormai lasciamo che finisca il suo intervento e rimedio subito dandoti la possibilità di esprimerti”. Questo consentirà all’alunno di sentirsi meritevole di fiducia da parte dell’adulto di riferimento, che si è scusato con lui per non averlo visto, e lo condurrà con molta probabilità a ripetere l’azione corretta nel tempo (rinforzo positivo).

Se invece il collega ha ignorato Luigi volontariamente, andrebbe sottolineato che tale azione non è

Il Professore durante la lezione fa una domanda. Luigi alza la mano. Il professore ignora Luigi e dà la parola a Luisa. Luigi sbatte violentemente i libri a terra. Il professore si infervora e lo manda dal preside

funzionale soprattutto nei confronti di un alunno con disturbo del comportamento, tanto da aver poi indotto lo stesso a mettere in atto un comportamento problema.

Definite nella seconda fase di analisi:

• Definizione dei comportamenti problematici: Luigi non gestendo la frustrazione dovuta alla mancanza di attenzione ricevuta da parte del professore, che lo ha ignorato, e probabilmente sentendosi inadeguato rispetto alla compagna, getta i libri per terra in modo da farsi notare.

• Definizione del comportamento positivo alternativo (obiettivo educativo): Interrompere il comportamento problematico, ossia l’aver gettato i libri per terra, introducendo alternative funzionali per gestire la frustrazione.

• Metodologia di intervento: alcuni accorgimenti utili a ridurre i comportamenti problematici, permettendo una più facile gestione delle loro manifestazioni:

Per agire sull’antecedente:

- definizione e condivisione del regolamento di classe

Per agire sul comportamento problematico e sulle conseguenze:

- Controllo prossimale

- Rimprovero centrato sul comportamento

- Il costo della risposta

- Confronto con il docente che ha creato l’antecedente

• Procedura di correzione del problema:

Il docente dovrebbe stabilire un regolamento di classe chiaro e che parta dalle richieste stesse degli studenti. Pertanto, essendo totalmente condiviso, durante gli eventi problematici che si presentano in aula, dovrebbe ricordare agli alunni quali sono le regole stabilite insieme, per la convivenza in classe e cosa avviene nel caso in cui vengano violate (richiamo, nota disciplinare, convocazione dei genitori ecc…).

Ci si avvicina a Luigi toccandogli una spalla (controllo prossimale) e dicendogli che non è un comportamento accettabile, pertanto viene ripreso. Il docente, per ridurre la tensione emotiva, chiede a Luigi se si è calmato. Successivamente ribadisce che tale comportamento è inaccettabile (rimprovero centrato sul comportamento) e che in questo modo non otterrà la parola. Si impedisce così la realizzazione di un rinforzo negativo.

A seguito di quanto accaduto Luigi perderà la possibilità di andare ad acquistare un alimento di suo gradimento, che solitamente gli viene concesso quando si comporta bene in classe e/o raggiunge un obiettivo prefissato (Il costo della risposta).

Si andrà poi a parlare con il collega che ha creato l’antecedente, per comprendere quanto fosse cosciente del suo comportamento inadeguato nei confronti di Luigi (soggetto con disturbo del comportamento). Si inviterà il collega a non ignorare i comportamenti adeguati del ragazzo (come l’aver alzato la mano per prendere la parola), anzi rinforzandoli, in modo che Luigi sia più portato a ripeterli in futuro, abbandonando quelli inadeguati.

Inoltre si cercherà di far comprendere al collega che il comportamento problematico di Luigi, non andava corretto con l’invio dal preside, ma gestito in classe in collaborazione.

Disturbi relazionali in adolescenza: il caso di Sofia


                           

Sofia è una ragazza di 14 anni.

Rifiuto di andare a scuola e per questo viene consigliata ai genitori una consulenza psicologica.

Le sue difficoltà erano iniziate il primo giorno di scuola, un anno prima, quando scappò dalla classe e si nascose piangendo.

Accettò di andare a scuola solo quando sua madre le promise di andare da lei ogni volta che ne sentisse l’esigenza.

Nei successivi tre mesi, nei giorni di scuola, Sofia lamentava diversi sintomi somatici, quali cefalea e “dolori di pancia”, ed ogni giorno andava a scuola molto a malincuore, dopo che i suoi genitori l’avevano convinta a lungo e pazientemente. Di lì a breve la situazione peggiorò, poté essere portata a scuola solo se i genitori la tiravano fuori dal letto, la vestivano, la facevano mangiare e la trascinavano a scuola.

Secondo sua madre, nonostante le numerose assenze nell’ultimo anno, il profitto scolastico di Sofia era buono. Partecipava felicemente a tutte le altre attività, cioè le lezioni di danza, dormire fuori casa (di solito con sua sorella dalla zia o da un’amica), e le gite familiari. Sua madre si chiedeva se l’essersi impiegata come segretaria part-time due anni prima e l’improvvisa morte della nonna materna, alla quale Sofia era particolarmente legata, potessero essere state la causa delle difficoltà della ragazza.

Quando Sofia fu intervistata, inizialmente minimizzò ogni problema riguardo alla scuola, insistendo che tutto era “OK”, che prendeva buoni voti e che le piacevano tutti gli insegnanti. Quando questo argomento fu approfondito, si arrabbiò e molte volte rispose “non so” quando le venne chiesto perché, allora, si rifiutasse spesso di andare a scuola. Alla fine disse che i ragazzini la prendevano in giro riguardo alle sue dimensioni, chiamandola “gnometta” e “piccoletta”; ma dava l’impressione, come pure in realtà affermava, che la scuola ed i suoi insegnanti le piacessero. Alla fine ammise che ciò che la seccava era lasciare la casa. Non poteva dire specificatamente perché, ma lasciava capire che temeva che potesse accadere qualcosa, sebbene non dicesse a chi o a che cosa; confessava di sentirsi a disagio quando tutti i membri della sua famiglia erano lontani.

Al Rorschach vennero evidenziati la ruminazione ossessiva riguardante eventi catastrofici che implicassero un danno ai membri della sua famiglia e temi concernenti la distruzione della famiglia.



I punti di debolezza di Sofia sono la paura della separazione dai genitori, il confronto con gli altri e con i molteplici cambiamenti personali, corporei, relazionali e sociali, dovuti alla crescita e alla fase del ciclo di vita in cui si trova (l’adolescenza). 

L’ansia di Sofia si manifesta attraverso diversi sintomi somatici come cefalee e dolori di pancia, uniti alla ruminazione ossessiva relativa alla paura di eventi catastrofici. Tale condizione ansiogena deriva dalla preoccupazione di allontanarsi da casa, separandosi dalle figure di riferimento. Sofia riferisce di avere paura che possa succedere qualcosa ai familiari. 

Il quadro diagnostico sembra corrispondere alla presenza di un disturbo d’ansia da separazione, al quale si potrebbe associare una condizione di fobia scolastica. Sofia, infatti, ha ammesso di non voler lasciare casa sua perché teme che possa accadere qualcosa di grave e percepisce malessere quando è lontana dai suoi familiari. Probabilmente tale preoccupazione si può collegare anche all’evento luttuoso improvviso, la morte della nonna, e alla nuova condizione lavorativa della mamma, che la porta a rimanere per lungo tempo fuori casa. Il carico eccessivo di ansia ha poi interferito in molti aspetti della vita di Sofia, come la frequenza scolastica, poiché la ragazza ha iniziato a lamentare diversi sintomi somatici, come sopracitato, che le hanno impedito di andare a scuola serenamente. Sebbene questo quadro clinico possa far pensare alla presenza di una fobia scolastica, dato che Sofia ha riferito di essere stata presa in giro dai compagni, il suo buon rendimento scolastico, la sua partecipazione alle attività didattiche e la simpatia che prova nei confronti degli insegnanti, tendono ad escludere tale quadro diagnostico. Dal test proiettivo Rorschach, emerge che l’ansia non è da ricondurre a situazioni scolastiche precise, bensì al distacco dall’ambiente familiare e dai suoi membri. 

Il disturbo d’ansia da separazione è una condizione psicologica che espone il soggetto a situazioni che riesce difficilmente a gestire, per tale ragione l’insegnante può mettere in atto degli accorgimenti e delle strategie in accordo con la famiglia e con l’alunna. Ad esempio, potrebbe essere utile:


Promuovere  un modello pedagogico e didattico attento ai bisogni di ogni alunno e che non trascuri l’eventuale presenza di condizioni problematiche. E’ necessario che tale modello non sia incentrato solo sul raggiungimento di obiettivi scolastici già prefissati. La flessibilità organizzativa può permettere, infatti, di riorganizzare l’attività didattica in relazione alla condizione ansiogena di Sofia, mostrando empatia e comprensione. 

Instaurare una rete di supporto adeguata per l’alunna, creando una salda collaborazione tra scuola/famiglia. Questa collaborazione può portare alla redazione di un piano per la permanenza a scuola della ragazza, che preveda una certa flessibilità, con la possibilità di ingressi posticipati e uscite anticipate. La scuola dovrebbe porsi in modo non rigido anche riguardo le ripetute assenze della ragazza. Potrebbe essere utile permettere alla ragazza di telefonare alla famiglia durante tutta la mattinata, stabilendone modi e tempi, soprattutto nei momenti in cui la condizione ansiogena risulta poco gestibile.

Curare la relazione educativa, supportando la sofferenza di chi fa fatica ad affrontare situazioni apparentemente innocue, come accade a Sofia. E’ necessario accettare queste difficoltà e concedere  del tempo alla ragazza in modo che possa attivare strategie funzionali per reagire alla condizione ansiogena e paurosa.

Modulare la comunicazione con l’alunna, ponderando bene  cosa dire e cosa non dire. Frasi tipiche (dette in buona fede) come: “ormai sei grande“, “lo devi fare, vedi… tutti i tuoi amici ci vanno“, non fanno altro che amplificare il problema e innescare un circolo vizioso. Queste frasi possono difatti fomentare lo stato d’ansia, pertanto potrebbe essere indicato al contrario provare a trasmettere entusiasmo e mostrare empatia e capacità di comprendere il suo disagio.

Utilizzare strategie didattiche e relazionali capaci di garantire la massima integrazione con il gruppo classe, sperimentando l’appartenenza ad un gruppo conservando, allo stesso tempo, la propria peculiarità. E’ necessario perseguire un’azione integrativa ed inclusiva in classe attraverso la valorizzazione delle originalità e la costruzione di un ambiente classe positivo, affettivamente sicuro, che crei appartenenza, che nutra l’autostima, che metta a punto le condizioni affinché differenti sensibilità e bisogni si incontrino. Ad esempio potrebbe essere utile proporre dei lavori in piccoli gruppi (3-4 membri massimo per gruppo), di breve durata, per sostenere Sofia nel creare delle relazioni con i pari adeguate ed utili per il suo sviluppo psichico e sociale, migliorando le condizioni per la socializzazione. 




GRUPPO 7